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Eroi quotidiani del nostro dopoguerra

Sulle ruote arrugginite della loro bici gli uomini e le donne del dopoguerra hanno permesso al paese di ricominciare a pedalare verso il futuro.
E nelle pieghe della nostra storia scopriamo che fu una vittoria ciclistica a salvare l’Italia dal baratro della guerra civile

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LA GUERRA È FINITA

Le strade gremite, le persone festanti, le jeep che scorrazzano, impazza il boogie woogie. La radio ha annunciato “la guerra è finita” e non appena i camion militari lasciano libere quelle vie, ricomincia la vita. Su quelle strade non più mezzi corazzati ma biciclette, costrette a difficili slalom tra le macerie. Il mezzo su cui le staffette partigiane avevano contribuito alla liberazione diventa ora il veicolo della rinascita.

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Anche le donne chiamate per la prima volta alle urne, per decidere fra Repubblica e Monarchia, siedono sulla canna della bici dei loro uomini per andare a votare in quel giugno 1946, mostrando con involontaria malizia quel poco di gambe possibili in anni in cui persino baciarsi per strada è reato. Ma sarà il loro voto quello decisivo: l’Italia è repubblica, rimbocchiamoci le maniche e i calzini, si torna a pedalare.

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FERRO DEL MESTIERE

Il paese riparte, e lo fa rimettendosi in sella al solo veicolo di chi non ha nulla: “è l’unica cosa che ho” mormora una voce in ‘Ladri di Biciclette’ (De Sica, 1948). Essenziale come il pane. La cavalcano operai, mondine e garzoni, postini, parroci e metronotte. Lavoratori e Forze dell’ordine, tutti pedalano, e non sfugge ai cantori del tempo, scrittori e poeti, come Pavese “a ore diverse passava in bicicletta il maresciallo dei carabinieri”, Palazzeschi “a piedi o in bicicletta corrono ai lavori mattinieri fischiando”, a Calvino e tanti altri.

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A BORDO

Non sfugge perché ne circolano 3 milioni. A bordo, gli eroi della ricostruzione: trovano un lavoro, già un’impresa, forse a 20 km da casa, altra impresa, e si spostano fin laggiù, sulle bici dell’epoca, su strade che non sono strade.

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L’ITALIA CHE VEDE ROSA

E su bici poco migliori di quelle, riparte anche il Giro di Italia, sospeso negli anni del conflitto. Campioni che da poco hanno smesso la divisa sono capaci di scalare il Pordoi su una bici da 13 chili, telaio tutto in acciaio, 3 soli rapporti, copertoni di ricambio sulle spalle. L’eroismo nell’eroismo di allora, Nel 1946 Coppi vinse la Milano-Sanremo imponendo un distacco rimasto negli annali perché tuttora ineguagliato, 14’ al secondo e 18’ al terzo.

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DI QUA O DI LÀ

La bici appartiene a tutti e il ciclismo unisce il Paese. E un po’ lo divide, fra sostenitori di Bartali e supporter di Coppi, due mondi uguali e contrari tanto che, per Indro Montanelli, Bartali è il “De Gasperi del ciclismo” e Coppi il “Togliatti della strada”. Avversari ma amici. Il ciclismo specchio del paese lo riflette anche nelle ore con il fiato sospeso del 14 luglio ‘48: proprio Togliatti, leader comunista, è vittima di un attentato, ricoverato, la vita appesa a un filo, l’Italia in tumulto fra scioperi che fermano le fabbriche, treni bloccati, telefoni che non funzionano.

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L’ORLO DI UNA GUERRA CIVILE

Nelle stesse ore Gino Bartali prepara la tappa di montagna dell’indomani al Tour de France, e riceve una telefonata. È De Gasperi, in persona con una richiesta quasi banale. Gli chiede di vincere. Ma c’è un trascurabile dettaglio: il suo ritardo sulla maglia gialla è di 21 minuti, un’era geologica. Ma De Gasperi insiste, la sua vittoria può calmare le acque. Il 15 luglio il nostro Gino è protagonista di una delle più grandi imprese sulle alpi, acclamata da tutti gli italiani, e che riporta la pace. L’Italia salvata da una bici.

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QUEL MONDO DI EROI ANCORA VIVO

A questo mondo di eroi tenaci e silenziosi, che danno valore al Paese con la loro semplice arte quotidiana, si ispira Sella Italia. Un mondo di artigianalità e di lavoro taciturno, come in bottega, di cose fatte a mano. Le stesse mani che hanno risollevato l’Italia in quegli anni lontani e che ci fanno da esempio per pedalare sempre in avanti.

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