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Quando l’Italia si ricostruiva in bici

Ho 30 anni, un lavoro precario e vivo alla periferia nord di Monza, in uno di quei casermoni anonimi che quando li vedi passando da lontano pensi: “mamma mia, chi vorrebbe mai vivere in un posto così?!”. Beh, neanche io vorrei, però ci abito lo stesso, e anche il signor Angelo.

Lui il posto fisso ce l’ha avuto. 35 anni da operaio metalmeccanico. Va per i 90 ma ha una memoria impressionante. Ogni tanto tira fuori ricordi sepolti chissà dove: vicende di fabbrica, di scioperi duri, ma anche storie di sport e bicicletta, una passione che ci accomuna.

Forse anche per questo mi ha preso in simpatia, e così ci diamo una mano a vicenda. In cambio di qualche commissione mi invita spesso a mangiare: spesa a carico della sua magra pensione e io, che ai fornelli me la cavo, cucino e riordino.

Qualche volta viene anche la mia ragazza, che una cena gratis fa sempre comodo. Ma ad Angelo non secca, anzi, perché sotto sotto, gli piace avere intorno “i giuvin”, come ci chiama lui.

Qualche settimana fa, di ritorno dal call center dove faccio un part time per quattro soldi, Angelo mi chiede se gli do una mano a portare in cantina alcune sedie che non usa più.

Neanche da chiedere. Faccio io. Apro il catenaccio della vecchia porta e la vedo appesa per la ruota posteriore a un gancio che pende dal soffitto, protetta dall’umidità del pavimento.

Una bici Maino degli anni ’30 molto vissuta ma in buone condizioni, con tutta la componentistica originale, compresa una bellissima Sella Italia d’epoca in cuoio nero.

Questa qui è un pezzo da museo. Corro da Angelo. “Sai che con quella meraviglia ci puoi fare un bel gruzzolo? Se vuoi te la metto in vendita su e-bay, che sono pratico”.

“Quella lì finché son vivo io non la tocca nessuno”, mi ringhia lui buttandomi un’occhiataccia in tralice, neanche gli avessi suggerito di vendere un rene.

Discorso chiuso, ma la sera stessa, davanti a un bicchierino di amaro si apre e prende a raccontare.
“Quelli del dopoguerra erano anni duri, difficili. Chi aveva voglia di sgobbare un lavoro però lo trovava, magari lontano da casa ma lo trovava. Io sono stato fortunato due volte. Perché mi hanno preso come saldatore alla Breda di Sesto San Giovanni e poi perché avevo a disposizione la Maino di mio padre. La fabbrica era a soli 12 chilometri dalla cascina dei miei genitori, ma con la bici non era uno scherzo. Le strade ancora disastrate dalla guerra, andata e ritorno con qualunque tempo, d’estate con la polvere che ti si appiccicava alla pelle sudata e d’inverno con la nebbia che ti gelava l’anima. E comunque di alternative non ce n’erano, perché il treno passava lontano.

Sono andato avanti così per 16 anni, un po’ per abitudine e un po’ perché in fondo mi piaceva, poi mi sono arreso all’età e mi sono comprato una 127 usata. Invece la Maino di acciacchi veri non ne ha mai avuti. Sempre sul velluto. Solo una volta ho spaccato la forcella in una buca e mi sono fatto tutta la strada a spinta, ma poi in fabbrica non è stato difficile sistemarla”.

Faccio due rapidi conti: circa 25 km al giorno 5 volte la settimana, per 16 anni fanno quasi 100.000 – dico centomila – km percorsi in sella, due volte e mezza la circonferenza della terra…

Del resto già l’aveva magistralmente raccontato De Sica in “Ladri di biciclette”: la bici è stato un mezzo fondamentale e imprescindibile per la sopravvivenza nel dopoguerra.

Averne una significava potersi spostare con facilità dalla campagna alle città in ricostruzione. Per andare in fabbrica, ma anche come mezzo stesso di lavoro per fornai, postini, metronotte e garzoni. In quegli anni circolavano 3 milioni di biciclette, portando in sella le ansie e le speranze del Paese per il futuro.
“… A Sesto non c’era solo la Breda, – continua Angelo – era il regno dell’industria pesante: Marelli, Falck, Osva… migliaia di operai, un popolo immenso che si spostava solo in bici. Alcuni venivano da molto più lontano di me, anche 20-25 km. All’ingresso e all’uscita dai cancelli la scena era impressionante. Arrivavamo e ce ne andavamo a ondate, a seconda dei turni. Peccato non aver avuto i soldi per una macchina fotografica… Poi sono venuti gli anni della crisi, i licenziamenti, la motorizzazione di massa… Fino a che sono vivo io la Maino non la tocca nessuno…”

Ma ormai non sta più parlando con me. Mi sembra persino di scorgere un velo lucido nei suoi occhi grigi.

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